GESU’ E I DISCEPOLI: dinamiche di gruppo

Gesù e i discepoli

Il gruppo è un mezzo molto importante per l’aggregazione sociale, tutti lo abbiamo sperimentato, a scuola, al lavoro, da giovani, da grandi, e ne abbiamo vissuto tutta la forza unificatrice.

Innanzitutto un gruppo può essere aperto o chiuso: aperto quando ai membri non è chiesto di aderire a particolari ideologie né seguire certe regole, tutti possono parteciparvi, chiuso quando ogni membro deve sottostare a regole precise e rispondere a certi parametri per potervi fare parte.

 

Nel gruppo aperto non vi è un leader, ma ognuno da il suo contributo su un piano pienamente paritario, tutto viene stabilito nella collettività e approvato a maggioranza.

Nel gruppo chiuso è il leader che stabilisce le linee guida del gruppo e da direttive sul da farsi, mentre gli altri membri le eseguono semplicemente

 

Il gruppo degli apostoli, allora che gruppo era?

Apparentemente chiuso: la regola era quella della sequela, il leader era Gesù e le direttive quelle dettate dall’adesione a Lui.

 

In realtà non stavano così le cose. Ho già parlato in precedenza del metodo parabolico usato da Gesù. Egli semplicemente narrava un fatto a dir poco metaforico e lasciava i suoi liberi di elaborare il messaggio che conteneva, nei tempi e nei modi consoni ad ognuno.

Ecco, da questa capacità elaborativa nasceva l’adesione e la sequela, spontaneamente e senza coercizione. L’individualità di ogni discepolo era intoccabile, quale presupposto per una scelta libera e radicata nel  profondo.

Da ciò ne deriva che Gesù non era affatto un leader così come lo intendiamo noi oggi. Certo aveva una personalità consapevolmente carismatica ma anche cosciente del fatto che solo una trasformazione interiore e un radicamento profondo della buona novella poteva rendere i suoi capaci di andare per il mondo, predicare a tutte le genti e battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Solo una fede certa poteva dar loro la forza, la fiducia e la capacità necessaria per affrontare viaggi, persecuzioni, e difficoltà enormi.

Questa fede per essere temprata è dovuta passare spesso attraverso tradimenti, cadute, misconoscimenti delle motivazioni che avevano portato i discepoli a seguirlo ovunque per poi rialzarsi, rielaborare e ricominciare con maggiore convinzione.

Gesù, ho già scritto, è stato un grande comunicatore e sapeva benissimo che reclutare velocemente discepoli sarebbe stato facile ma che con altrettanta facilità se ne sarebbero andati via definitivamente.

Sono occorsi tre anni affinché questi uomini si convincessero della bontà e dell’urgenza di portare il  messaggio evangelico per il mondo intero, una bella formazione, non c’è che dire.

Democrazia? Eccome! Pietro tradisce e viene perdonato, anzi a lui è affidata la chiesa intera.

Il perdono è ciò che garantiva nel gruppo sia la democrazia che l’eguaglianza tra i membri, e lasciava percepire che il suo “capo” era molto lontano dall’essere un leader. In genere in un gruppo è il merito che viene premiato, qui invece sembra che ad essere premiato sia il “demerito”. La verità è che soltanto chi sbaglia ed è capace di riconoscerlo cresce come persona, e questo Gesù lo sapeva bene. Egli ha sempre avuto a cuore la crescita personale dei suoi discepoli.

Gesù è stato un rivoluzionario è vero ma rispetto agli altri leader che guidavano i numerosissimi gruppi reazionari dell’epoca, fu del tutto originale e particolare ed è stato questo che ha fatto la differenza e la fa ancora oggi.  Rivoluzionario davvero in tutto ma non nei confronti del potere politico, che invece ha sempre rispettato ( date a Cesare..), rivoluzionario per l’attenzione alle donne, ai malati, agli ultimi, per il suo rapporto confidenziale con il Padre, per il suo rifiuto della pratica religiosa così esteriore del suo tempo  per il suo insegnamento lontano da ogni schema precostituito e che ancora oggi è oggetto di studio e di riflessione.

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