PRIMA PARTE

Tutto è comunicazione! Questa è una grande verità, e internet ne è un esempio formidabile.
Qui si può essere se stessi, in alcuni casi più facilmente che nella realtà, ci si esprime, infatti, in un luogo che è pubblico, ma nel quale, l’anonimato a volte permette di sentirsi liberi da vincoli e soggezioni d’ogni tipo.
Sottintendo ovviamente l’ipotesi che di internet se ne faccia un uso lecito.
Internet è uno straordinario mezzo per comunicare, scambiarsi opinioni, conoscere persone, tenersi aggiornati sugli avvenimenti mondiali, mantenere contatti con chi è molto distante, ma quello su cui vorrei soffermarmi è l’idea che gli altri si fanno di noi, che navighiamo così facilmente, saltando da un blog all’altro, da una comunità virtuale all’altra, attraversando social network, chat e lasciando tracce di noi un po’ ovunque, indelebili e forti in molti casi.
E’ inevitabile che l’utente traduca tutto ciò che esprimiamo, idee, concetti, posizioni ideologiche in altrettante azioni ipotetiche che effettuiamo nel reale.
Un esempio per tutti: se esprimo un idea politica, chi mi legge è portato a pensare che io sia politicamente attiva in tal senso, oppure se esprimo solidarietà per una tale causa si immagina che nel reale io sia in quella stessa causa coinvolta attivamente.
L’immaginario di ognuno di noi lavora automaticamente su qualcuno senza che quel qualcuno ne abbia la responsabilità, o almeno lo si spera: ripeto che sottintendo un uso lecito e corretto del web e non tengo conto di quanti invece di proposito e con piena volontà danno un immagine falsata di se.
L’importante è che in una relazione virtuale si tenga sempre conto del fatto che nel giudizio su qualcuno o nella comprensione di costui gioca molto l’immaginario: una persona può non essere nel reale come la ipotizziamo.
Questo è un po’ il rischio che corriamo tutti quando poi, ad una migliore conoscenza del soggetto in questione, fatta per vie diverse, come il telefono o persino un incontro personale corriamo il rischio che ci crolli un mito.
Il caso opposto è quello di qualcuno che in rete ha un atteggiamento non particolarmente coinvolto in qualcosa di sostanziale e che magari nella realtà della propria vita è impegnato in azioni concrete.
Insomma qui è tutto relativo! C’e una regola fondamentale dell’etica ed è quella del “dipende”, ebbene questa regola nel web vale mille volte di più.
In ogni caso, nella comprensione di una persona, vale si, la corporeità, cioè quella fisicità che manca del tutto nella relazione online, come vale anche il linguaggio verbale, che è il canale dominante trattandosi di “rete”, ma ciò che conta più di tutto e che manca in assoluto nel web è quella comunic-azione, cioè quella testimonianza di se, fatta di opere, di gesti concreti, di vita sociale, di concretezza fattiva che ci caratterizza come persone.
Ho sempre pensato, e anche scritto, che noi siamo quello che pronunciamo, poiché nel bene e nel male diamo a chi ci legge un metro di misura da utilizzare, e qui su internet è quello che più conta, ma siamo ancora di più l’agire quotidiano , che non ha bisogno di parole, ma parla per noi.
Fatti e parole, azione e pensiero, prassi e idee, opere e progetti, gesti ed emozioni, tutto questo fa la persona nella sua interezza, nella sua realtà, non solo quello che di essa si legge e si immagina, non solo i sogni e i desideri ci identificano ma anche gli sforzi quotidiani che facciamo per realizzarli.
Se pensiamo che qualcuno che conosciamo in rete ci abbia deluso, riflettiamo bene se questa delusione non riguardi in realtà le aspettative che ci eravamo creati su di lui. Gioca in questo caso anche il desiderio inconscio di trovare in rete delle corrispondenze e delle affinità con qualcuno perché magari la realtà delle nostre relazioni quotidiane non soddisfa. In generale non dobbiamo pensare di poter risolvere i nostri problemi nel reale tuffandoci nel mare di una fin troppo facile navigazione. Navighiamo, sì ma con l’ancora pronta per fare scalo nel porto più sicuro della nostra vita reale
SECONDA PARTE
[1] Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita [2] (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), [3] quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. [4] Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta. (1Gv 1, 1-4 ).

Come la tradizione apostolica trova la forza e l’efficacia della sua testimonianza in una relazione reale avuta con Gesù, allo stesso modo la nostra testimonianza cristiana è credibile quando nasce da un esperienza personale di preghiera e questo vale anche e soprattutto nella nostra vita quotidiana: la relazione è un “andare” e “tornare” da e verso l’altro, fatta di successi e fallimenti.
Nel Vangelo, testimoni sono coloro che hanno “visto” le opere di Gesù
Chi è testimone, può davvero dire di conoscerlo, perché con Lui ha vissuto, ha condiviso la sua vita e le sue emozioni.
Testimone è colui che “ha udito”, “ha veduto” e “ha toccato” e che può “annunziare”, cioè parlare di Lui.
Un testimone è chi, come gli apostoli ha intessuto con Gesù una “relazione” di amicizia, di amore.
Il Vangelo ci fa capire molto bene che una relazione è fatta di tante cose, di un vissuto comune oltre che di parole. Qui le parole servono a trasmettere un esperienza umana e anche divina, per quanto ciò sia possibile. Le parole degli apostoli, che ci trasmettono la loro esperienza, hanno in questo caso un peso e un senso particolare, evidente, ricco di contenuto proprio perché sono fondate su un esperienza relazionale.
In generale possiamo dire che le parole che pronunciamo ci identificano in qualche maniera, ma sempre in riferimento a noi stessi; quando però le nostre parole riguardano l’altro hanno sempre la necessità di un fondamento relazionale, altrimenti diventano superficiali e non trasmettono ciò che significano. Tutto questo suggerisce che in una relazione virtuale, la comprensione dell’altro è sempre limitata, relativa, e riconduce a quella regola del “dipende” di cui parlavo all’inizio. Vivere un esperienza reale lascia dentro di noi sempre una traccia indelebile, e questa traccia è la forza che la testimonianza trasmette a chi ci ascolta. Al contrario il “sentito dire” non riscuote lo stesso effetto nel nostro interlocutore, ma lascia dubbi, esitazioni, incertezze.
Questo brano del Vangelo ci fa comprendere l’importanza della relazione, anche quando questa si traduce in uno scontro, in un conflitto o in un incomprensione, perché in realtà anche gli stessi apostoli hanno davvero compreso il messaggio di Cristo, soltanto dopo la sua Risurrezione, quando, elaborando certi eventi del passato, hanno potuto avere una visione complessiva di quegli anni vissuti insieme a Lui.
Questo ci insegna che nell’ottica di una crescita personale tutto è utile, nessuna esperienza è veramente negativa, l’importante è elaborarla facendola diventare insegnamento per il futuro.
Si impara molto di più dai propri fallimenti e dalle proprie delusioni che da esperienze positive.
Ogni relazione presuppone spesso una fatica iniziale, gli stessi apostoli l’hanno vissuta, uno “scontro” di personalità che cercano di trovare un terreno comune, una interposizione che sia la più idonea ad entrambi: non si tratta di compromesso ma di mediare e concordare il “terreno” su cui si giocherà la futura relazione. Non è scontato però che questo terreno si trovi, nel caso non fosse così, l’importante è averci provato.
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